Moby Dick – Come il mare io ti parlo

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con Susanna Costaglione e N’Duccio

Herman Melville
MOBY DICK
Drammaturgia e Regia
Claudio Di Scanno

Moby Dick è molte cose, ma soprattutto gioco di doppi, uomo contro natura, sfida all’ignoto, esplorazione degli abissi umani. E se Achab fosse un comedian? E se Ishmael fosse donna? Germano (N’Duccio) D’Aurelio e Susanna Costaglione danno nuovi significati al capolavoro di Melville, in un oceano fatto da luce e musica.

Ogni opera letteraria cela (e nel tentativo paradossale di nasconderla la rivela) la biografia del suo autore. La dispiega nascostamente, ne traccia i segmenti narranti, ne concatena i nuclei di senso che prendono forma dentro e intorno al racconto, alla storia, alla leggenda. È essa una biografia dell’essere, colta nelle pulsioni e nelle inquietudini che sostanziano la scelta di scrittura e che si dispiegano inesorabilmente sottotraccia, o meglio sott’acqua dato che qui si tratta di mare, di navi e di balene. Moby Dick è la leggenda dell’ossessione, quella del Capitano Achab che nella vendetta trova e sceglie lo strumento contraddistintivo della caccia d’antan alle balene, l’arpione che vuole uccidere per dominare una natura misteriosa, indomabile, capace di affermarsi nell’immaginario come dispensatrice di manifestazioni cosmiche enigmatiche, misteriose, finanche soprannaturali. Ishmael è il Melville della narrazione, l’autore che sceglie Achab come simbolo supremo della perturbante quanto irrefrenabile spinta al dominio della natura e dei suoi misteri, di quell’ignoto subacqueo che vuole scoprire per dominarlo, complice la vendetta per l’offesa subita e di cui il corpo e la stessa mente portano i segni, a ineluttabile espressione di quella essenza fondamentale che disegna l’Essere complesso e profondo. Così, nel gioco di Doppi e Rispecchiamenti se Ishmael racchiude nella sua figura l’autore, è anche vero che lo stesso autore ha la necessità irrinunciabile di creare una figura che gli faccia da specchio deformante. Per questo Achab, come veicolo narrativo, e per questo Ishmael come personaggio che funga da veicolo relazionale con il “mostro” Achab e cioè il personaggio che solo attraverso l’ossessione irrefrenabile può immergersi negli abissi profondi, dell’oceano e della esistenza.
Merlville/Ishmael sceglie Achab perché ha la necessità di esplorare l’eccesso che il personaggio esprime e rappresenta nella scena del romanzo leggendario. Così, la caccia della Pequod a Moby Dick diventa per lui, per Ishmael/Melville, lo spazio tempo utile alla conoscenza, un viaggio iniziatico che mentre solca orizzonti oceanici scava nel profondo: nel profondo del mare che cela la vita misteriosa di Moby Dick; nel profondo dell’animo umano dove prendono forma le più ostinate pulsioni di Achab, le sue ossessioni di vendetta, la sua sfida all’ignoto. E se Ishmael/Melville traspone nel personaggio di Achab le stesse inquietudini che muovono il suo viaggio iniziatico alla scoperta della conoscenza, dei misteri del mare e dell’uomo, il lungo work in progress di scrittura che informò la stesura del romanzo non poteva allora e non può oggi estrarsi da una ragionevole implicazione: la coraggiosa seppur trasposta identificazione. E, forse, la creazione del vero “mostro” non riguarda la Balena Bianca, che aveva già profondamente segnato la memoria del corpo e dell’anima di Achab, ma Achab stesso, ed è ciò che infine segna e spaventa Ishmael/Melville. Un mostro che ha a che vedere con le profondità oceaniche dell’essere, con una natura che può sfuggire al controllo perché capace di energie sconosciute capaci di muovere verso inquietanti estensioni delle possibilità umane. Un mostro che sconfina e si estrae al controllo della ragionevolezza e della misura, per trasformarsi senza soluzione di continuità nella folle corsa verso l’abisso. Forse tutto questo aveva intuito e progressivamente maturato Melville nel corso dell’opera, finanche vivendo dentro di sé la premonitrice percezione di morte che l’oramai sfuggente e incontrollabile personaggio del romanzo, il Capitano Achab, gli provocava. Lo sapeva già, fin dall’inizio della scrittura del romanzo? Lo aveva intuito nel rischio di misurarsi con l’ignoto? E perché quella bara misteriosa, inspiegabile, celata fin dall’inizio per tutto il viaggio giacché di norma i morti in mare venivano gettati ai pesci? Una ben macabra e anomala scialuppa di salvataggio, metafora galleggiante anch’essa, contenitore di corpi in disfacimento e di anime per chi vuole crederci, e sulla quale lui e lui solo si salverà, metafora in miniatura del destino della baleniera Pequod, anzi della leggenda del Pequod. Ciò che consentirà ad Ishmael/Melville di salvarsi dal naufragio della speranza riposta nella conoscenza, laddove il “mostro” Achab aveva preso il sopravvento, sfuggendogli di mano, costringendolo ad inseguire egli stesso, creatore del Doppio perturbante, la devastante ossessione della fin troppo banale vendetta.
Perché non di sola vendetta si nutre la leggenda…
E ancora torna la biografia dell’autore, la quale disegna i legami del destino spesso comune con i “mostri”, belli o brutti che siano e che popolano la sua vibrante immaginazione: “Se la Balena Bianca è stata presaga di morte per i suoi cacciatori, pare sia stata soprattutto presaga di rovina per il suo cantore. Pare che solo raccontandone la storia, solo intaccando in una inafferrabile profanazione la sua misteriosa, arcana entità, Melville sia stato bruciato come un Icaro che si fosse accostato troppo da vicino ad un sole fatto di realtà crudele. Come il Capitano Achab rimase impigliato fra i ramponi della sua mortale nemica, Melville fu punto in vita dalla ingiustizia inconoscibile in cui cercava di frugare. Fu la morte a svincolarlo da questa punizione, affidando all’eternità la sua grande voce, in un messaggio di speranza nel quale va avvolta la sua tragica esistenza” (Fernanda Pivano).
Moby Dick fu pubblicato a Londra la prima volta nel 1851, quindi sono passati quasi 170 anni. Oggi come ieri la “caccia” alle balene continua, con mezzi moderni, non più arpioni ma cannoni e altro di non meno letale dei cannoni. È di qualche giorno fa l’immagine circolata sui social di una balena trovata morta con circa 50 kg di plastica nello stomaco… Immagini concrete, non c’è bisogno più di parole.
Il nostro Moby Dick focalizza così la sua attenzione sui personaggi centrali dell’opera di Melville, il Capitano Achab e Ishmael che nel tempo dello spettacolo si rivelerà nella sua essenza di Doppio forgiando sulla scena la figura di Herman Melville. Alla ricerca di quel vivo contrasto che generi profondità e leggerezza, il ruolo di Achab è affidato ad un attore tradizionalmente comico come Germano D’Aurelio in arte N’Duccio, popolare one man show abruzzese, e a Susanna Costaglione, attrice dalla forte personalità artistica e più consona a registri dai connotati di tragedia. Accanto a loro dei giovani attori che rappresentano la ciurma della baleniera Pequod.
Seppure in grado di essere nella storia e di narrare la leggenda della Balena Bianca attraverso la concatenazione dei nuclei tematici e degli episodi scelti dal romanzo di Melville, lo spettacolo si sviluppa nella relazione, a volte straniante, tra Ishmael/Melville e Achab, tra l’autore e il protagonista del romanzo, rivelando in una progressione affascinante ed entusiasmante il viaggio iniziatico di Ishmael verso la conoscenza e le profondità dell’essere umano.
Spettacolo di precisa visualità che rinuncia ad ogni apparato scenografico tradizionale per affidare al corpo e alla voce degli attori, ai costumi e agli oggetti di scena la costruzione di sequenze drammaturgiche avvolte da  puntuali atmosfere evocative affidate ad un efficace dispositivo illuminotecnico e musicale.
Claudio Di Scanno

Posto unico 21,50 €
Ridotto 11,00 €

Abbonamento 9 eventi teatro – Teatro d’Annunzio 25 e 27 luglio, 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 17 agosto
Poltronissima 145,00 €
Poltrona 80,00 €

agosto 2 @ 21:15

21:15

Teatro D’Annunzio Pescara

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